Uso creativo dei dadi con i bambini in terapia della Gestalt

psicoterapia

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Lavorando da anni con i bambini e i ragazzi, dalla scuola materna fino alle superiori, accogliendoli agli sportelli d’ascolto e facendo esperienze di conduzione di gruppi, attraverso workshop tematici per lo sviluppo dell’empatia e delle social skills, ho spesso osservato che i bambini manifestano i disagi più profondi quando cercano di fare con-tatto con l’altro e non ci riescono.

Grazie al mio lavoro di psicoterapeuta alla scuola internazionale, ho potuto notare che tali disagi sono dovuti a problemi di autostima o ad una percezione di debolezza del proprio sé.

I bambini hanno bisogno di stare insieme.

Alcuni riescono a creare fin da piccolissimi relazioni empatiche e soddisfacenti, altri invece non ci riescono, non sanno come fare.

Si percepiscono goffi, impacciati, timidi, vengono spesso presi di mira dai compagni e diventano bersagli sempre più facili.

Entrano poi in una spirale discendente in cui l’autostima e la percezione del proprio sé si sgretolano ulteriormente, impedendo loro di creare quella rete di relazioni nutrienti e giocose attraverso le quali è più facile crescere felicemente superando le sfide e le difficoltà delle tappe evolutive.

Spesso mi sono chiesta come facilitare il contatto durante le sedute con i bambini immaginando che un’esperienza di relazione piacevole in terapia potesse essere una scala per poi andare da qualche altra parte e raggiungere obiettivi più soddisfacenti, forti dell’esperienza gratificante vissuta con il terapeuta.

Avevo più volte sperimentato che utilizzare un metodo creativo era un ottimo veicolo per muovere le emozioni e portar fuori il proprio mondo interno, così quando mi capitarono tra le mani i “Dadi Immaginari” decisi di provare ad utilizzarli in terapia.

I “Dadi Immaginari” hanno facce con disegni svariati:

archetipici come il sole, la casa, l’eroe, la strega, astratti come il punto di domanda, fantastici come la nave dei pirati o la fatina di Peter Pan, atmosferici come il vento e la pioggia, alimentari come la frutta, i dolci, la carne oppure raffiguranti immagini di azioni o avventure, emozioni, intenzioni, animali, idee, sport e molti altri soggetti.

Ce ne sono per tutti i gusti, dagli oggetti concreti ai sogni.

Ho iniziato chiedendo ai bambini di scegliere alcuni dadi dalle mie mani, lanciarli sul tavolo e con ciò che veniva fuori immaginare di raccontare una storia incominciando con le parole “C’era una volta un ragazzino/a….”.

Le storie raccontate rispecchiano moltissimo la personalità del narratore

e, osservando il processo di narrazione si vede in che modo si muove il ragazzo, come utilizza le immagini, quanto rimane aderente all’oggetto, che capacità di astrazione raggiunge, se riesce a spostare il punto di vista utilizzando le immagini in modo meno concreto, facendole diventare anelli metaforici di catene associative che riconnettono gli eventi attraverso nuove trame.

Le immagini incominciano così ad allontanarsi da ciò che appare a prima vista e possono portati, attraverso associazioni analogiche, in luoghi profondi fino ad ora inesplorati.

Partendo dalla storia immaginata mi sposto poi sull’esperienza di vita personale chiedendo di immaginare qui e ora “che cosa c’entra tutto questo con la tua vita?”.

Cerco così di creare delle connessioni viaggiando fra analogico e digitale.

L’indicibile diventa pronunciabile.

I bambini scoprono attraverso il racconto fantastico cose di sé che non avevano mai visto e lo fanno con sorpresa e divertimento.

Sono molto stupiti all’idea che la storia inventata abbia delle connessioni con la loro vita.

Tutto ciò crea entusiasmo e disponibilità a rimettersi in gioco.

A questo punto provare a creare una nuova storia, cambiando soltanto la posizione dei dadi ma mantenendo le stesse immagini uscite al primo lancio.

E’ la sfida per potersi allenare in-tenzionando la propria volontà verso un possibile cambiamento.

La nuova storia risponde alla domanda “che cosa vorrà farsene adesso il ragazzino delle immagini che la vita gli ha dato?”.

Noi non possiamo cambiare gli elementi che ci sono stati dati ma con il libero arbitrio e prendendoci la responsabilità delle nostre scelte possiamo modificare la direzione e il modo di combinare tra loro le situazioni e le cose che ci circondano.

Partendo da questo presupposto vedremo costruirsi sotto i nostri occhi uno scenario completamente diverso.

Del resto sappiamo bene come, spostando una semplice virgola, possa cambiare completamente il significato di una frase.

Figuriamoci muovendo le immagini!

Alla fine del racconto si torna nuovamente al contatto emotivo.

Che cosa sente il bambino? Che effetto gli fa questa nuova storia?

La percezione di poter modificare in prima persona le proprie sorti al di là del caso, spostando solo i dadi, rende il ragazzo più sicuro di sé, aumenta l’autostima, infonde forza e coraggio, percezione di benessere, fiducia e adeguatezza alle richieste ambientali, stimola l’immaginazione di soluzioni creative, promuove il contatto relazionale preferendolo all’evitamento e all’introversione.

 

Estratto da Paola Grassi (2018). “La costruzione di storie con i dadi immaginari in psicoterapia della Gestalt”- Tesi di specializzazione in psicoterapia della Gestalt, Istituto Gestalt Firenze

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(1) comment

marzia franzin 17 Aprile 2019

Grazie …
Lavoro estremamente interessante
Sono psicoterapeuta e vorrei approfondire l’argomento, penso sia una metodologia utilissima anche con gli adulti

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